mercoledì, dicembre 15, 2021

Alessandro Di Battista

 Lui è Luigi Cesaro, detto Giggino a' Purpetta, senatore della Repubblica eletto con Forza Italia. Cesaro è in Parlamento dal 1996. Questa è la sua sesta legislatura. Gli abbiamo pagato stipendi per 3,9 milioni di euro in questi anni. Non solo, Giggino a' Purpetta, ha maturato 258.000 euro solo di TFR. Prima di diventare uno dei più longevi rappresentanti del Popolo, Cesaro fu uno degli autisti di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata. Cesaro, tra l'altro, venne arrestato nel 1984 per rapporti con la camorra. Condannato in I grado venne poi assolto per insufficienza di prove e, definitivamente scagionato in Cassazione dal giudice Carnevale, il famigerato “ammazza-sentenze”, colui che, da Presidente della Suprema Corte di Cassazione, annullò decine di condanne inflitte a boss mafiosi. Fu Giovanni Falcone, quando lavorava al Ministero di Grazia e Giustizia, a chiedere ed ottenere la rotazione che permise la sostituzione di Carnevale. Poco dopo la Cassazione (non più da lui presieduta) confermò le condanne al maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino per la cupola di Cosa Nostra e, a seguito delle condanne, partì la reazione stragista mafiosa. 


Torniamo a Cesaro. Nonostante il suo passato e e le innumerevoli ombre (lo stesso Cutolo, intercettato in carcere, disse di lui: “questo, ora, è importantissimo. Io non ci ho mandato mai nessuno, ma è stato il mio avvocato e mi deve tanto. Faceva il mio autista, figurati”) Forza Italia l'ha ricandidato nel 2018. Dallo scorso 9 giugno Cesaro risulta indagato dalla Direzione Distrettuale Antimafia nell'ambito di un'inchiesta sugli intrecci tra politica e camorra. Durante la stessa operazione sono stati arrestati tre fratelli di Cesaro. 


I magistrati hanno chiesto al Parlamento gli arresti domiciliari per Cesaro. Ieri la Giunta per le immunità del Senato ha votato contro. Hanno votato contro Lega, Forza Italia e Italia Viva (da vomito), e si sono astenuti PD e M5S (da vomito). Ora la palla passerà all'aula dove Cesaro verrà salvato ancora una volta (stavolta con i voti contrari di PD e M5S) anche perché, piaccia o non piaccia, Cesaro sostiene l'ammucchiata di governo, l'indecoroso assembramento, il governo di tutti o quello dei migliori...sì, a prenderci per il culo. 


P.S. Ci vediamo sabato 18 a Lanciano (Chieti). Alle 17.00 in Piazza Plebiscito. Almeno facciamo contro-informazione, raccontiamo cose che nessuno racconta e vediamo di stare un po' insieme.

Tommaso Merlo

 Il mondo si ostina a roteare e chi non tiene il passo rimane indietro. Proprio come i paesi elitari come il nostro. Serve un nuovo movimento inclusivo verso le nuove generazioni. Che apra loro le porte e le lasci libere di esprimersi. Libere. Ma per fare questo serve fiducia in loro. Bene raro alle nostro latitudini. E serve altruismo, bene rarissimo. Le élite nostrane si fidano solo di se stesse e sono alquanto stitiche di qualsivoglia passo indietro. In compenso persistono cocciutamente. Fino all’ingresso del camposanto. Ego esistenze. Ma la colpa è anche delle nuove leve che si adeguano all’andazzo. Molto più comodo e redditizio. L’Italia è uno di quei paesi in cui il conformismo è una apprezzata qualità mentre l’innovazione e a volte perfino la libertà, un problema. Poi ci si chiede perché siamo un paese in fondo a tutte le classifiche occidentali, dopo la Grecia. Già, chissà perché. Le nuove generazioni rimangano fuori dalla porta finché non garantiscono alle élite serena continuità. E così fuori dalla porta rimangono anche le nuove idee, perfino politiche. Tasto dolente. Le élite nostrane non partoriscono una nuova idea dalla notte dei tempi, ma quando emergono quelle altrui scatenato le artiglierie mediatiche per distruggerle. Tutto ma guai a toccargli lo status quo. Così alla lunga chi osa pensarla diversamente o si arrende o si rimangia tutto da solo e lo status quo può stare tranquillo. Già, ma il mondo si ostina a roteare e chi non tiene il passo rimane indietro. Proprio come i paesi impauriti come il nostro in cui le élite tengono fuori dalla porta anche le nuove culture. Quelle dei nostri vicini di casa che possono alimentare imbarazzanti paragoni, ma soprattutto le culture di quei milioni di poveri cristi che sono sbarcati in Italia in cerca di fortuna. Basterebbe questo fatto per capire come è messo male il mondo. I poveri cristi del pianeta si son stancati di finire sotto le bombe e aspettare aiuto e si son messi in marcia. Apriti cielo. I nostri ferrei equilibri si son sbriciolati come biscotti secchi. E dove nascono le paure prima o poi arriva qualche politicanti a lucrarci sopra. Perché la paura rende un sacco di voti. Paura di ciò che non si conosce. Tipo il domani. Tipo il diverso. Paure di perdere la propria roba e la propria identità. Il giochino è semplice. Basta promettere sicurezza e protezione e piovono poltrone a catinelle. Ma gli anni passano e l’aria sta cambiando. Anche i trogloditi stanno capendo che rinchiudersi nelle proprie caverne armati fino ai denti e alzare muri e fili spinati non serve ad una beata mazza di niente. Il mondo si ostina a roteare. E altro che disgrazia. Gli immigrati sono la fortuna di paesi vecchi e ottusi come il nostro. Sono la fortuna economica perché noi non facciamo figli e perché certi lavoretti a noi “benestanti” non vanno più a genio. E sono la fortuna sociale perché portano nuova linfa vitale. Altro che disgrazia da ignorare. Risorsa da valorizzare intelligentemente. Altro che paura. La diversità stimola l’evoluzione mentre l’omogeneità favorisce il ristagno e la piattezza. Uno dei mali nostrani. Ci volevano gli immigrati per far barcollare il campanilismo atavico. Già, sta nascendo una nuova società. Molto più variegata e quindi complessa e quindi interessante. E una nuova società è la base di un nuovo paese. Che le élite nostrane facciano spallucce non sorprende affatto, molto di più che lo faccia la politica. Serve un nuovo movimento inclusivo che la smetta con le ipocrisie da campagna elettorale. Gli immigrati sono una realtà storica tra le più impattanti di questa era. Un cambiamento virtuoso ma che va gestito altrimenti ci travolgerà. Indietro non si torna e da come è messo male il mondo gli arrivi non faranno che aumentare. Serve un movimento inclusivo. Verso le nuove generazioni e le nuove idee e che le lasci libere di esprimersi. Libere. Un nuovo movimento fiducioso nelle nuove energie e nella nuova società che sta emergendo. Perché il mondo si ostina a roteare e chi non tiene il passo rimane indietro.


Tommaso Merlo

Su la testa

 Su la testa 

martedì, dicembre 14, 2021

Massimo Fini

 Fabio Canessa


C’era una volta il giornalismo. Quello in cui la cronaca era avvincente come un romanzo e le inchieste erano fresche come la vita “in presa diretta”. Un giornalismo che si faceva «prima con i piedi e poi con la testa», perché la prima regola del mestiere, imposta dai direttori, era «uscire dalle redazioni, guardare, osservare, annusare e soprattutto ascoltare». Era impensabile che anche una semplice intervista potesse essere raccolta attraverso una telefonata: «la persona la dovevi vedere in faccia». Per rendere omaggio a questo giornalismo «estremamente faticoso, a volte massacrante», ma di qualità stellare, Massimo Fini ha raccolto il meglio della sua attività di cronista e di inviato in un volume di trascinante lettura che è molto di più di un’antologia di articoli eccellenti. È uno dei rari esempi in cui il giornalismo diventa letteratura, perché la brillante cifra stilistica di Fini è sempre riconoscibile: eppure i pezzi coprono un largo arco cronologico (dagli anni Settanta a oggi) provengono da testate assai differenti tra loro (da “L’’Europeo” a “Linus”, da “La Domenica del Corriere” a “Il Fatto Quotidiano”) e attraversano una varietà di generi.


Potremmo considerarlo un testo narrativo, vista la felice vena affabulatoria che lo attraversa, oppure un libro di storia, dal momento che attraversa mezzo secolo di storia d’Italia con tutte le trasformazioni sociali, politiche, culturali e antropologiche. Ci si stupisce soprattutto per come Fini abbia profeticamente anticipato tanti temi che il tempo ha poi provveduto a complicare, come l’ascesa e la caduta delle grandi aziende (Fiat, Olivetti, Rizzoli) o i problemi delle grandi città. Oppure l’omofobia, al centro di un’inchiesta datata 1978 nella quale si auspica «il giorno utopico in cui a ciascuno di noi sarà riconosciuto il diritto di essere ciò che è». Il vertice si tocca con le interviste a Pier Paolo Pasolini, con il quale Fini ebbe non solo una costante familiarità ma anche una profonda affinità di idee, nella convinzione che «il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato la società dei consumi» e per la nostalgia di un passato preindustriale dove i sentimenti, la dignità e l’autenticità non avevano subito l’appiattimento dell’omologazione. La medesima sintonia che Fini riscontra in un altro regista, Ermanno Olmi, che sembra addirittura anticipare papa Francesco quando, in un’intervista del 1986, sostiene che dare importanza a Dio significa dare importanza agli uomini.


Con il taccuino in tasca, il cronista Fini attraversa l’Unione Sovietica e l’Iran, l’Egitto e Israele, il Sudafrica e il Giappone, tutti paesi di cui ignorava tutto prima di metterci piede, e poi torna con un reportage che racconta mirabilmente la “way of life” di ognuno di essi. Due sono le doti assolutamente necessarie per fare bene questo lavoro: la curiosità e l’intuizione. Ma siccome Fini non è solo un giornalista ma anche uno scrittore, non gli sfugge che l’eccesso di profondità potrebbe inibire lo slancio narrativo: «se un giornalista va in un posto e ci resta un giorno scrive un articolo, se ci sta un mese scrive un libro, se ci sta un anno non scrive più nulla tanto complessa è la realtà».


Dichiaratosi più volte ossessionato dal trascorrere del tempo, dall’incalzare della vecchiaia e dall’idea della morte, sembra che Fini abbia fatto il giornalista proprio per allungare il tempo e dilatare lo spazio: a forza di immergersi nelle vite di tutti e di spostarsi qua e là per tutti i Paesi del mondo, è arrivato a 78 anni con una tale giovinezza di scrittura e di pensiero da farci pensare che l’obiettivo di contrastare il tempo sia stato raggiunto.

Vita

 

Più solidarietà e meno egoismo.

Tommaso Merlo

 L’Italia è ferma mentre il mondo corre, una politica moderata e perbenista è l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno in una fase storica come questa. Rischiamo di perdere ulteriori anni in inutili chiacchiericci politichesi. Serve al contrario coraggio di cambiare. Un coraggio che solo i cittadini possono avere. Coraggio di guardare oltre e combattere contro questo sistema partitocratico fallito invece che accodarsi per qualche poltrona. E’ storia. Una politica moderata e perbenista può reggere quando splende il sole, ma quando imperversa la tempesta diventa un tappo deleterio. Un fastidioso sottofondo di stucchevoli chiacchiere politichesi mentre la realtà procede in tutt’altra direzione. Proprio quello che sta succedendo in paesi come il nostro in cui la maggioranza dei cittadini non si informa e non vota più. Provano disprezzo e disgusto per una politica molle e burocratica che non solo ha perso ogni credibilità, ma che non li rappresenta sostanzialmente più. Una politica fatta da politicanti che credono a ben poco al di là della propria carriera e da tifosi che credono a ben poco al di là dei propri idoli. E’ storia antica ma anche degli ultimi decenni. Al caldo dei palazzi Lorsignori diventano conservatori e quindi moderati e perbenisti. Smussano gli angoli, siglano compromessi, intortano il pubblico. E alla fine partoriscono giusto qualche piccolo aggiustamento. Davvero un tappo deleterio. Al caldo dei palazzi Lorsignori perdono contatto con la realtà, perdono motivazioni, perdono diottrie e non vedono al di là della prossima poltronata in compagnia. Un andazzo che può reggere quando è soleggiato ma non certo in tempi turbolenti come questi che richiedono cambiamenti epocali. Economici, politici, sociali, interiori. L’Italia è ferma mentre il mondo sta cercando di cambiare addirittura paradigma per prevenire la sua autodistruzione. La crisi della politica nostrana è tutta qui. Realtà e cittadini da una parte, politicanti dall’altra. Con le lobby che ne approfittano e la stampa al guinzaglio che aizza le proprie curve. Una grave crisi di credibilità e di rappresentanza. Più che sacrosanta. Son decenni ormai che i politicanti prendono voti e poi alla fine non cambia mai nulla. Questo perché una volta nei palazzi le istanze dei cittadini vengono dimenticate, annacquate, accantonate e perfino tradite. Campagne elettorali roboanti e poi nei palazzi fanno di testa loro e i bei propositi affogano in un mare di chiacchiere politichesi. Anno dopo anno. Con l’Italia ferma e il mondo sta cercando addirittura di cambiare paradigma. Coi cittadini che sguazzano nella solita melma e Lorsignori che smussano e intortano tra un compromesso al ribasso e l’altro. Anno dopo anno. E’ storia della democrazia. Antica ma anche molto recente. Il vero cambiamento si genera solo dal basso, dalla strada, dalle periferie, dagli esclusi. Da coloro che soffrono i problemi reali sulla propria pelle e quindi sentono l’urgenza di cambiare davvero e quindi trovano il coraggio di farlo. Altro che perbenismo e moderatismo. Altro che chiacchiere politichesi. Dolore e frustrazione che quando si concretizzano democraticamente riescono a generare la forza politica sufficiente per vincere i conservatori e cambiare il sistema. E’ democrazia. E’ politica. Non ci sono altre scorciatoie. Il vero cambiamento non è mai una concessione di Lorsignori, ma è una faticosa conquista dei cittadini. Si ottiene dal basso, non dall’alto. Da fuori il sistema, non da dentro. E’ storia della democrazia. Antica ma anche molto recente. Una storia che procede ad ondate ma in modo inesorabile. Vittima di un sistema partitocratico fallito, l’Italia è ferma mentre il mondo corre addirittura verso un nuovo paradigma. In una fase storica come questa, l’ultima cosa di cui c’è bisogno è una politica moderata e perbenista.


Tommaso Merlo

Gigieross


 Gigieross