lunedì, settembre 16, 2024

domenica, settembre 15, 2024

Tommaso Merlo

 Salvini, gli immigrati e la via crucis meloniana


È il turno di Salvini. Mentre il mondo va a rotoli, l’Italia si occupa delle grane della sua classe dirigente. Avevamo appena finito di asciugare le lacrime di coccodrillo del ministro della cultura di destra ed avevamo appena preso atto che il martire Toti ha preferito patteggiare con la coda tra le gambe e ci risiamo. Con la Meloni siamo alla via crucis ed eccoci alla stazione dell’indimenticato Ministro dell’Interno del governo gialloverde che passava le giornate in giro per il Belpaese in una sorta di comizio permanente. Mentre i suoi alleati del fu Movimento sgobbavano tra le scartoffie, il buon Salvini vagava circondato da folle semi biotte covando il colpo di genio per conquistare lo scettro più ambito. La famosa papetata, l’inizio della sua fine politica anche se non certo poltronistica. In quella torrida estate italiana, era lui il paladino della patria che ci difendeva dalle orde barbariche. Non si parlava d’altro che di navi e barchini e guardie costiere. Sembrava che il nostro paese fosse sotto scacco e i Mori sarebbero arrivati a Roma brandendo gli infradito. Sono passati diversi anni e l’unica certezza è che gli immigrati sbarcano come non mai, le navi delle ong continuano a salvare i naufraghi dagli squali e pian piano la propaganda sta lasciando spazio alla realtà. Già, il blocco navale era una fregnaccia elettorale tra le altre e degli immigrati c’è un dannato bisogno in paesi come il nostro ridotti a gerontocomii in cui ci si riproduce ai ritmi dei panda. Lo dicono i numeri. Gli imprenditori non trovano braccia nostrane, i giovani italiani preferiscono andare a scuola e prediligono lavori dove si resta al caldo e non ci si screpola le mani, pretendono perfino di venire pagati decentemente e di avere anche il tempo per respirare. Rifiuto della schiavitù o imborghesimento a seconda dei punti di vista. Altra certezza granitica, la stragrande maggioranza dei barbari sono in realtà bravissime persone che vengono qui per mantenere i loro cari e già che ci sono pure se stessi. E se vi fosse una migliore integrazione, si eviterebbero anche i rari casi di sbandati che turbano la nostra quiete. Altra verità scolpita nella roccia, l’Italia e la sua cultura sono inossidabili e i figli degli invasori sono italiani al cento percento. Cambiano giusto forme estetiche e colori migliorando il panorama, non affatto la sostanza culturale. Purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista. La realtà sta facendo davvero passi da gigante, di questo passo si potrebbe arrivare a capire che invece di essere una disgrazia, gli immigrati sono la salvezza di paesi come il nostro ed invece di scatenare battaglie navali e alimentare la paura per qualche poltrona, sarebbe ora di allestire corridoi umanitari ed attrezzarsi a gestire meglio l’integrazione di una società sempre più multietnica. Di questo passo si potrebbe perfino arrivare a capire che se il mondo è ridotto in queste condizioni, i principali colpevoli siamo noi occidentali che galoppiamo un folle turbo capitalismo, abbiamo un curriculum coloniale da brividi e se non facciamo qualcosa potremmo essere solo alla punta dell’iceberg. Sarebbe ora di affrontare alla radice i fenomeni come l’immigrazione invece di subirli. Fenomeni globali che richiederebbero perlomeno la massa europea ma qui pare si pretenda troppo. Qualche merito a Salvini bisogna comunque darglielo. Nel suo ambito è stato un precursore. Nel nord Europa hanno smesso solo di recente di prendersela con noi terroni per passare ai Mori. È così. Più sei diverso, più fai paura, più ti becchi le frustrazioni altrui. Ma perlomeno stiamo imparando che alla fine passa. Oggi Salvini gira molto meno per il Belpaese, del resto le uniche folle che lo attenderebbero volentieri sono quelle che rimangono bloccate sui treni e negli aeroporti per ore o quelle che viaggiano in autostrada tra carriole e badili a passo d’uomo. Eppure a sentire la premier va tutto alla grandissima in Italia e tra uno scandalo e l’altro non perde occasione per autocelebrarsi. Sarà, ma più che fare la storia sta facendo la via crucis. E lo schema è sempre il solito. Il malcapitato spergiura sulla sua innocenza e punta il dito, i suoi alleati politici mettono la mano sul fuoco per lui mentre la stampa amica si straccia le vesti indignata. Poi il soufflé si sgonfia e si passa alla stazione successiva. Mai nessuno che chiede umilmente scusa e compie un celere e dignitoso passo indietro. Ed è così che mentre il mondo va a rotoli, l’Italia si occupa delle grane della sua classe dirigente.

Tommaso Merlo

sabato, settembre 14, 2024

venerdì, settembre 13, 2024

giovedì, settembre 12, 2024

mercoledì, settembre 11, 2024

Tommaso Merlo

 La vittoria di Gaza e il futuro di Israele


Gaza resiste ancora dopo undici mesi. È questa la notizia di cui nessuno parla. Gaza ha già vinto se si considerando le forze in campo. E comunque vada a finire. Il mega esercito israeliano supportato della superpotenza americana, al momento è riuscito giusto a radere al suolo quartieri residenziali e sterminare decine di migliaia di donne e bambini innocenti. Non solo orrende atrocità, ma anche una immane figuraccia militare e una sconfitta politica devastante. Mentre Hamas dilaga in tutto il Medioriente e la causa palestinese non è mai stata così al centro del mondo, Israele ha mostrato il vero volto dell’ideologia sionista e confermato il fallimento storico dello stato ebraico così come è stato concepito. Lo dicono i fatti. Oltre settant’anni di violenze ed apartheid per ritrovarsi alla fine davanti ad un genocidio, con altri due fronti aperti e mai così debole ed isolata. Il sionismo è ricorso alla violenza fin dal suo sbarco a Giaffa e tirando le somme è riuscito giusto a rubare terre altrui ma non certo a coronare i suoi sogni piegando la resistenza palestinese. Ai propri cittadini non riesce a garantire nemmeno sicurezza e stabilità mentre a Gaza ha compromesso per sempre la sua reputazione internazionale. Ormai Israele gode giusto del supporto dei politicanti e dei giornalisti che ha corrotto nei palazzi occidentali, ma la stragrande maggioranza del pianeta lo vede come uno stato paria che ha moralmente perso il diritto di esistere così com’è al momento. Il fanatismo di Netanyahu e dei suoi complici politici, ha avuto il merito di accelerare un processo di autodistruzione che era in corso da tempo spazzando via decenni di ipocrita propaganda. I sionisti speravano che con l’attacco del 7 ottobre avessero ottenuto carta bianca per realizzare i loro deliri giovanili, ma esagerando ed agendo scompostamente la situazione gli si è ritorta contro. Come le ideologie del secolo scorso, anche quella sionista verrà spazzata via dalla storia dopo la tragedia di cui si è macchiata. Non è questione di israeliani e palestinesi, è questione di esseri umani che ritengono non vi siano ragioni al mondo per certi obbrobri. Ora si tratta di capire quando crollerà il regime sionista e poi come procedere. Se Netanyahu insisterà nello scontro frontale, la fine potrebbe essere vicina. Quanto al dopo, la soluzione più quotata rimane quella dei due stati. Il problema è che sarebbe il preludio ad altre guerre ancora più cruente. I traumi tramandati tra generazioni porteranno a nuove ondate estremiste da entrambe le parti e l’eventuale Stato Palestinese finirebbe progressivamente per organizzarsi anche militarmente e magari un giorno perfino cercare vendette e provare a riconquistare una terra che era sua. È indubbio che la sicurezza di Israele sarebbe a rischio e dato che di colombe a Tel Aviv ne volano ben poche dopo decenni di militarizzazione, faranno di tutto per boicottare tale soluzione. Sarebbe invece molto più intelligente e facile trasformare l’annessione in corso in unione. Al momento Israele controlla già le risorse palestinesi, controlla la moneta, controlla i confini, ha costruito strade ovunque in Palestina per raggiungere gli insediamenti e per ragioni di sicurezza. L’annessione della Cisgiordania è nei fatti quasi completata. Invece quindi di distruggere tutto e cacciare gli Israeliani dai territori occupati, sarebbe più intelligente e facile portare i palestinesi a Gerusalemme, nuova capitale di un unico stato federale israelo-palestinese. Due entità federate sotto un unico governo democratico laico in cui i 7 milioni di ebrei e i 7 milioni di palestinesi si dividano equamente istituzioni e potere. In modo che i due popoli abbiamo modo di preservare le proprie peculiarità ma anche essere costretti a convivere e quindi a crescere insieme colmando ogni fossato e curando le ferite. Solo così si può costruire la pace. Costringendoli ad abbracciarsi all'interno di vera democrazia in cui tutti abbiamo pari diritti e doveri in ogni angolo di quella terra maledetta. Un traguardo possibile se l’Occidente si assume le sue responsabilità storiche ed impone un processo costituente che porti alla nascita di un nuovo stato federale sotto l’egida dell’ONU almeno nella fase di rodaggio. Se invece nessuno riuscirà a fermare l’ideologia sionista e la violenza, si andrà inevitabilmente verso l’ennesima catastrofe e nel medio lungo periodo potrebbe essere a rischio la sopravvivenza stessa di Israele. 

Tommaso Merlo

martedì, settembre 10, 2024