venerdì, maggio 31, 2024
giovedì, maggio 30, 2024
Elio Lannutti
I guerrafondai USA, che hanno fomentato in Ucraina la guerra per procura pagata dai popoli Ue, sull’orlo del crac finanziario, col debito pubblico arrivato a 34.617 mld di dollari. 12 mesi prima era di 31.458 miliardi. In un anno il debito pubblico statunitense è aumentato di 3.160 miliardi di dollari, pari al livello del debito pubblico tedesco. Vendere i titoli del debito pubblico USA (come sta facendo la Cina), un dovere etico, geopolitico e morale, prima che scatti la bancarotta fraudolenta !
di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
C’è un uno strano e assordante silenzio dell’Unione europea e dei vari governi sul livello del debito pubblico americano e sulla sua insostenibile crescita. Parlarne è nell’interesse della stabilità economica e politica del nostro continente. Ignorarne l’impatto globale potrebbe essere interpretato nel mondo come una sottomessa complicità.
È forse la paura di rivelare l’incontenibile crollo del sistema di Bretton Woods? In ogni caso il conto da pagare si sta presentando senza che i maggiori attori coinvolti abbiano un vero piano B nel cassetto.
È lo stesso Tesoro Usa a fornire i dati ufficiali della crisi del debito che sono stati pubblicati dal Monthly statement on public debt, il rapporto mensile del fiscaldata.treasury.gov. A fine aprile 2024 il debito pubblico totale, chiamato Total Treasury Security Outstanding, cioè la somma delle varie obbligazioni e dei titoli di debito pubblico, era pari a 34.617 miliardi di dollari. 12 mesi prima tale somma era di 31.458 miliardi. In un anno il debito pubblico è aumentato di 3.160 miliardi di dollari, pari al livello del debito pubblico della Germania, la quarta potenza economica mondiale, e molto di più del nostro debito pubblico. Tutto ciò in 12 mesi!
Non è una cosa normale! Non sono neanche delle fake news. Circa 26.000 miliardi della cifra sopra menzionata sono considerati “marketable”, cioè sono titoli negoziabili sul mercato. Di questi, circa il 23% sono obbligazioni della durata di un anno o meno, il 50% sono obbligazioni con scadenza da 2 a 10 anni e solo il resto ha una scadenza di 20-30 anni. Il che pone il rifinanziamento del debito in scadenza in una posizione di alto rischio. Il rischio che si aggiunge ai pericoli insiti nella strabiliante crescita.
È doveroso evidenziare che più di 8.000 miliardi di dollari dei titoli “marketable” sono posseduti da operatori stranieri e istituti finanziari internazionali, cioè da investitori il cui comportamento è difficilmente prevedibile, anche perché spesso sono mossi da interessi speculativi.
Inoltre, durante quest’anno fiscale, il pagamento degli interessi sul debito si “mangerà” il 13,5% dell’intero bilancio federale, con un aumento di 2,6 volte rispetto al 2021.
Il quadro è inquietante e le aspettative non sono rosee. Nel primo trimestre del 2024 l’aumento del pil è stato dell’1,6%, un punto in meno di quanto previsto, mentre l’inflazione ha raggiunto il tasso annualizzato del 3,7%, 2% in più del quarto trimestre del 2023. Ciò ha portato a una revisione dei piani di riduzione del tasso di interesse della Federal Reserve. A fine 2023 si parlava di ben 6 ritocchi al ribasso durante quest’anno, oggi si pensa che ci potrebbe essere al massimo un ritocco.
Inspiegabilmente pochi mettono a fuoco il problema del debito, molti, invece, parlano di una possibile stagflazione, un nuovo periodo di stagnazione economica con alta inflazione.
Non è il caso del Financial Times. Essendo il portavoce della City, il maggiore centro della grande finanza mondiale, non può che essere preoccupato. In un recente editoriale dal titolo “Le ombre lunghe del crescente debito dell’America” si esprime la preoccupazione che gli Usa rischiano un nuovo “caso Liz Truss”: Si ricordi che le proposte fiscali dell’allora primo ministro britannico nel settembre 2022 fecero crollare il mercato delle obbligazioni inglesi. E con esso lo stesso governo Truss. Il giornale rileva che “il debito americano è su un percorso insostenibile”. Avverte anche che “l’influenza globale degli Usa potrebbe indurre a un pericoloso compiacimento tra i suoi leader politici”. Ovviamente, più che soluzioni il Financial Times propone la classica ricetta dell’austerità: maggiori tasse e tagli alle spese di bilancio.
Sotto osservazione sono, quindi, le obbligazioni pubbliche e i loro tassi d’interesse. I titoli del Tesoro statunitense sono il punto di riferimento per la determinazione del prezzo del debito a livello globale. Il Fmi sostiene che l’aumento dell’1% nei tassi statunitensi ha portato a più 0,9% nei rendimenti obbligazionari di altre economie cosiddette avanzate e al più 1% nei mercati emergenti. Il FT avverte, o minaccia, che qualora i dirigenti Usa non dovessero intervenire “ i trader obbligazionari, presi dal panico, potrebbero costringerli a farlo.”
Da molto tempo si ragiona sulla necessità di una grande riforma monetaria e finanziaria nel contesto di un nuovo ordine internazionale multilaterale. Nel frattempo la situazione geopolitica si è, purtroppo, molto incancrenita. La speranza, però, è l’ultima a morire. Oggi, più di ieri, l’unico attore che potrebbe mediare e tracciare un percorso verso una nuova Bretton Woods sarebbe l’Europa sovrana e indipendente.
*già sottosegretario all’Economia **economista
mercoledì, maggio 29, 2024
Caivano
Giulio Cavalli
Questione di stile
La camminata da gallo cedrone, la rabbia covata e preparata e infine quella stretta di mano ciondolante con cui Giorgia Meloni si presenta al governatore della Campania: “Presidente De Luca, la stronza della Meloni!”.
Ieri al Parco Verde di Caivano avremmo potuto parlare e scrivere di molte cose. Avremmo potuto ricordare, ad esempio, che la criminalità organizzata si sconfigge nel momento in cui si decide di accedere a quello che Falcone e Borsellino chiamavano “livello superiore”, smettendo di credere che le mafie siano un fenomeno solo criminale e non politico. Avremmo potuto anche salutare l’inaugurazione di un centro sportivo e culturale in un’area depressa, abbracciando l’idea che la repressione delle mafie non passi per forza dai manganelli e dalle operazioni più pubblicitarie che poliziesche.
La presidente del Consiglio invece ha deciso di trasformare un’occasione sociale in una vendetta personale nei confronti del governatore della Campania, perseguendo la manutenzione della propria immagine nonostante il contesto istituzionale. Non è una novità e no, non è una caduta di stile. Lei che si avvinghia alla mano di un avversario politico con la soddisfazione di vendicarsi è la fotografia di una guida di governo rabbiosa, spietata con i nemici, che a tratti travalica il proprio ruolo.
Giorgia Meloni ha scelto di essere la presidente del Consiglio non “di tutti gli italiani”, al contrario di ciò che aveva promesso nel suo discorso di insediamento e al contrario del contegno istituzionale minimo che si addice a qualsiasi presidente del Consiglio. Meloni anelava a quel ruolo per togliersi i sassolini dalle scarpe, per regolare i conti con avversari ed alleati, convinta che la sua vendetta sia davvero un’opera di interesse nazionale.
Qualche giorno fa aveva deciso di irridere gli spettatori di La7 (qualche milione di italiani). Così la rivincita suona come un livore represso. Perfino nei confronti di De Luca. Che, apostrofandola a suo tempo con quello stesso epiteto rinfacciatogli da Giorgia, non si era certo dimostrato un campione di educazione.
di Giulio Cavalli
martedì, maggio 28, 2024
Tommaso Merlo
L’orrore di Gaza, i complici e le elezioni
Bambini e donne fatti a pezzi e carbonizzati. Un orrore infinito. Netanyahu liquida tutto come incidente ma si tratta dell’ennesimo crimine di guerra di cui risponderà. È in corso un genocidio svenduto grottescamente come diritto a difendersi. È in corso un genocidio attuato con armi prodotte e vendute da noi occidentali, paladini dei diritti umani e della democrazia. Le classi dirigenti occidentali si nascondono dietro vuote parole ma non stanno facendo nulla per fermare l’orrore. E anche loro ne risponderanno perlomeno nelle urne. La furia omicida del governo israeliano non si fermerà finché rimarrà senza armi e soldi. Ed è questa l’unica cosa da fare. Bloccare ogni fornitura al governo di Netanyahu, un embargo economico e militare che li costringa a cedere. Inutile infatti appellarsi a valori morali che hanno sempre ignorato o ad istituzioni o leggi internazionali che hanno sempre calpestato e non serve a nulla nemmeno illudersi che daranno retta agli appelli di politicanti che hanno sempre comprato. Un regime militarizzato capisce solo il linguaggio della guerra, devono rimanere senza rifornimenti, devono rimanere senza mezzi sia per offendere che per difendersi. Solo quando la loro sicurezza sarà a rischio, si placheranno. È in corso un genocidio di fatto. Da mesi. Un orrore che sta avvenendo con armi prodotte e vendute da noi occidentali. Già, siamo tutti complici. I cittadini che se ne fregano come i cittadini che tifano, ma soprattutto coloro che hanno il potere di fare qualcosa e non lo fanno, i politicanti che si nascondono dietro insulse frasi fatte, che sminuiscono, che chiacchierano d’altro. Una vergogna epocale che potrebbe essere il preludio di profondi cambiamenti. Il destino ha infatti voluto che in pieno genocidio vi siano le elezioni negli Stati Uniti e in Inghilterra, i due paesi maggiormente responsabili del disastro israelo-palestinese oltre che in Europa. Biden è un dead men walking anche politicamente e con lui verrà sepolta un’intera generazione di tecnocrati democratici per la sua viltà su Gaza. In Inghilterra il leader laburista Keir Starmer sembrava galoppare verso il trionfo dopo il disastro del miliardario indiano ed invece per la sua ambiguità zoppica vistosamente. Anche per le Europee lo spettacolo è vergognoso. Gli illustri candidati avrebbero preferito parlare delle solite fregnacce in attesa dell’ennesima poltrona ed invece sono costretti ad arrampicarsi sugli specchi per coprire di fatto la propria complicità omissiva. A Bruxelles si parla di indagini e di incriminazioni per complicità della Van der Leyen, altro che confermarla. Appena sale su un pulpito viene contestata per la sua viscida inerzia. Il parlamento europeo è profondamente spaccato e le capitale delle democrazie più evolute sono in subbuglio. Da una parte Gaza dove è in atto un orrore senza fine, dall’altra una nuova coscienza globale che non vuole più assistere a certe porcherie e tantomeno esserne complice, in mezzo una classe politica ipocrita e del tutto inadeguata, una classe politica in balia di lobby e carrierismo che blatera sul nulla mentre bambini e donne finiscono a pezzi e carbonizzati sotto le bombe israeliane made in Occidente. Una vergogna epocale che potrebbe essere il preludio di profondi cambiamenti.
Tommaso Merlo
lunedì, maggio 27, 2024
Tommaso Merlo
Evviva gli immigrati, abbasso i politicanti
Gli immigrati stanno salvando l’Italia, gli italiani la stanno rovinando. Sarebbe ora che nasca un movimento pro immigrati che spazzi via le insopportabili ipocrisie con cui paesi come l’Italia trattano questa annosa questione. L’immigrazione ha fatto la fortuna di molti politicanti che grazie ai poveri cristi sui barconi hanno raccattato voti e fatto carriera. E questo senza risolvere nulla. L’immigrazione infatti continua, l’unica differenza è che i media organici ne parlano di meno perché dà fastidio ai reggenti. Ma più che l’immigrazione in sé, ad aver fatto la fortuna dei politicanti è la paura da essa generata. Paura dell’invasore che è paura di dover aggiungere un posto a tavola, paura di perdere la propria presunta identità, paura del cambiamento. E se una persona ha paura è disposta a tutto, compreso votare il primo ciarlatano che gli promette la luna. Una paura che si è fatta odio verso il diverso, che si è fatto meschino razzismo. Come se le razze esistessero davvero e come se gli immigrati fossero tutti delinquenti e non fosse invece delinquenziale il modo in cui vengono trattati. I politici hanno sempre speculato sull’immigrazione senza risolvere nulla. Sia perché non gli conveniva, sia per impotenza. L’immigrazione è un fenomeno globale e paeselli come l’Italia non posso farci nulla tranne salvare vite in mare e gestire in maniera intelligente i nuovi arrivi. Solo la cooperazione internazionale aiuterebbe a gestire meglio il fenomeno, ma la politica romanocentrica ha sempre fallito. Realtà da una parte, inganno propagandistico dall’altra. A sbarcare sono esseri umani in cerca di lavoro e normalità. Esattamente quello di cui ha disperatamente bisogno l’Italia e tutta Europa dove nessuno fa più figli e nemmeno certi lavoracci. Senza immigrati chiuderebbero interi comparti economici troppo usuranti per i giovani autoctoni cresciti nella bambagia. Senza gli immigrati chiuderebbero interi paesi dell’entroterra. Dove ormai le scuole sono aperte per i loro figli, gli uffici per le loro pratiche, gli alimentari per le loro famiglie e sono loro i nuovi contadini, muratori ed idraulici. Il contributo economico ma anche sociale degli immigrati è sempre più essenziale. Stanno letteralmente salvando nazioni vecchie e rattrappite come la nostra. Stanno spendendo i loro anni e le loro energie migliori qui e che lo stato non riconosca i loro figli come italiani e li lasci in un limbo, è assolutamente vergognoso. Noi siamo dove cresciamo e le chiacchiere burocratiche stanno a zero. Invece di speculare sull’immigrazione, sarebbe ora che la politica dica le cose come stanno e si dimostri all’altezza di una democrazia sana. Gli immigrati sono una risorsa strategica e non affatto un problema. E paesi come l’Italia dovrebbe ringraziarli invece che discriminarli. Una ipocrisia ancora più indigesta se si pensa che molti immigrati sono stati costretti a scappare da paesi ridotti in miseria dallo sfruttamento capitalista occidentale o da guerre scatenate in nome della pace. Se poi alcuni immigrati finiscono per strada nelle grandi città, la colpa è nostra, non loro. Li trasformiamo noi in criminali non dandogli l’opportunità di regolarizzarsi, di integrarsi e di guadagnarsi da vivere in modo onesto. Ed è questo che dovrebbe fare l’Italia e tutta Europa, smetterla di speculare politicamente sull’immigrazione e accogliere tutti come nuovi ed essenziali cittadini regolari parte di un mondo sempre più integrato e globale. Già, gli immigrati stanno salvando l’Italia, sono gli italiani che la stanno rovinando, a partire dai politicanti.
Tommaso Merlo



