sabato, maggio 13, 2023

venerdì, maggio 12, 2023

Equa

 Ieri è uscito l'ennesimo rapporto di Cittadinanza Attiva dedicato alla sanità pubblica.

Prima ancora che leggere nel dettaglio ciò che viene riportato, salta agli occhi ciò che questo diagramma suggerisce: ci sono regioni d'Italia in cui la sanità pubblica è in grado di sottoporre una donna a mammografia solo dopo 730 giorni, due anni. O una colonscopia dopo 356 giorni, di fatto un anno.
C'è ben poco da analizzare.
C'è da ricordare di quando avevamo un servizio sanitario pubblico gratuito ed universalistico ed invidiato da tutto il mondo. Poi abbiamo permesso che venisse controllato dalla politica clientelare attraverso il passaggio di competenze alle regioni, che si sciogliessero aziende sanitarie per infiltrazioni mafiose in Calabria, Campania e Sicilia senza ciglia sbattere, ed ora l'abbiamo distrutto.
E poi scopriamo che le organizzazioni mafiose hanno investito massicciamente in sanità privata, magari ottenendo convenzione con il sistema sanitario nazionale.
Siamo noi italiani il problema, se permettiamo questo senza impedirlo.
Seguiteci anche su Telegram:
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Tempi massimi di attesa per prestazioni (giorni) Esami diagnostici Mammografia Ecografia Colonscopia Visite specialistiche Mammografia Ecografia Colonscopia 730 365 356 455 360 180 Liste d'attesa choc, fino a due anni per la visita salva-vita. È una sanità lumaca"
Tutte le reazioni:
Tu, Luca Fabbricatore, Manuele Mostardini e altri 21

giovedì, maggio 11, 2023

mercoledì, maggio 10, 2023

Equa

 “Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”

Una delle frasi più celebri di Peppino impastato, di cui oggi ricorre il 45° anniversario dell’assassinio, giudicato definitivamente tale solo 21 anni fa, dopo 24 anni di depistaggi, di voltafaccia e di silenzi persino istituzionali.
Ci volle del tempo, tanto, ma grazie alla tenacia della madre di Peppino, Felicia, del fratello Giovanni e dei suoi amici più cari che non si arresero mai alla narrazione ufficiale (suicidio o attentato) la verità venne fuori.
Quanto dava fastidio Peppino ai mafiosi col suo attivismo, con la sua volontà di risvegliare le coscienze dei suoi concittadini, con il suo continuo sbeffeggiare quella “montagna di merda” che lo circondava e da cui era nato, visto che il padre Luigi era malavitoso, amico e complice di Gaetano Badalamenti, quel “Tano seduto” uccisore di suo figlio.
“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, diceva De André. Peppino era un fiore d’uomo, ucciso nel fiore degli anni, nato in un contesto mafioso dal quale il suo spirito libero decise di volersi affrancare.
Il suo esempio non dovrà essere mai dimenticato, dovrà sempre esortare a voler accorgerci del malaffare e di ribellarci ad esso.
👉Seguiteci anche su Telegram:
Potrebbe essere un'immagine raffigurante pasta e testo
Tutte le reazioni:
Tu, Salvatore Morra, Liliana Coppola e altri 82

martedì, maggio 09, 2023

Peppino Impastato


Per non dimenticare mai!

9-5-1978: Aldo Moro e Peppino Impastato
“La vera libertà si vive faticosamente tra continue insidie.”

 

lunedì, maggio 08, 2023

Equa

 INPS ha certificato una verità che tanti, empiricamente, già conoscevano: ci sono più pensioni che salari e stipendi, più pensionati che lavoratori.

 


I numeri più bassi del rapporto si riscontrano nelle regioni e nelle province del Sud, dove l’82% delle province è sotto la “quota 100” nel rapporto tra buste paga e pensionati, con uno scompenso economico ed occupazionale ancora più grave per il Sud. 

E se pensiamo alla coesione territoriale, al rapporto fra zone interne e aree metropolitane, all'autonomia differenziata, capiamo che non possiamo più rinviare certe riflessioni.


In totale, in Italia 39 province su 107 sono al di sotto del rapporto uno a uno, cioè di un lavoratore ogni pensionato che, comunque, non trasmette purtroppo sicurezza sui conti previdenziali, perché, di fatto, sulle spalle di un lavoratore si appoggia un pensionato. Decenni fa la situazione era ben diversa, ed un pensionato poteva contare sui contributi versati da 4/5 lavoratori per la sua pensione, con rapporti decisamente più favorevoli per tutti. E se oggi pensiamo che il 55,8% dei trattamenti pensionistici erogati dall'INPS non supera i 750 euro, come ricordato a marzo passato dall'Osservatorio Pensioni dell'INPS stesso, ci tremano le vene ai polsi.


Le prime province del Sud che superano la soglia positiva di un lavoratore ogni pensionato sono quelle di Brindisi e Bari, dove per ogni 100 trattamenti di pensione si contano, rispettivamente, 101 e 102 lavoratori attivi, prima delle città che fanno meglio (Caserta con 104 e Matera con 105). 


Al contrario, le situazioni più preoccupanti si riscontrano in tre province della Calabria: a Reggio Calabria e Catanzaro sono 67 i contribuenti attivi sul lavoro ogni 100 pensionati, mentre a Crotone (e a Messina, nella vicina Sicilia) si arriva a 72 e a Vibo Valentia a 76. Qualche gradino più in alto si ritrova Cosenza, con 78 attivi ogni 100 pensionati (insieme a Lecce e Caltanissetta), più in basso di Oristano (79), L’Aquila (provincia del Centro Italia con il più basso indice) a 80, Taranto e Terni con 81.


In perfetta media italiana (111 lavoratori per 100 pensionati) si trovano le province di Barletta-Andria-Trani e  Pescara, addirittura più di Torino, ferma a 110. 


Abbondantemente sopra media Roma (131 lavoratori ogni 100 pensionati) e Milano (insieme a Parma e Padova con 133), mentre Genova supera di poco la soglia di 100 (102), Napoli è sotto il rapporto uno a uno (96) e, ancor di più, Palermo, con 84 lavoratori ogni 100 pensioni.


Tra le città che hanno un margine ancora ampio nel rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, si segnalano Lodi e Aosta (con 134), Brescia (135), Verona (137) e, soprattutto, Monza e Brianza (146), la Provincia autonoma di Trento (147), Prato (148) e la Provincia autonoma di Bolzano (162).


Conclusioni: se già ora ci sono parti del paese, province, incapaci di offrire lavoro ai loro giovani, questa carenza di lavoro sposterà i pochi giovani presenti nelle province ove c'è offerta di lavoro, impoverendo ancora di più zone deboli, fragili. 


Alla faccia della coesione territoriale, sociale ed economica.


Seguiteci anche su Telegram:

https://t.me/scegliEqua

domenica, maggio 07, 2023